Il cinema invisibile

 

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Reportages di visioni non comuni.
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ottobre 1 2004
 
Recensioni in due battute: Zebraman

Takashi Miike si è sicuramente divertito un mondo a girare questo film. Noi, a vederlo, un po' meno.

postato da Gokachu | 05:26 | commenti (2)
 
Visto ieri: Birdcage inn

In attesa di Binjip sto andando all'indietro cercando di recuperare quanta più filmografia di Kim Ki-duk sia possibile. In questa ricerca mi sono imbattuto nel suo terzo film, una storia di amicizia e prostituzione che anticipa molti dei suoi temi futuri, pur essendo ancora un film immaturo (la compiutezza della sua poetica sarebbe venuta di lì a due anni con L'isola).
Se il soggetto è un po' troppo lineare per il suo cinema e se la sceneggiatura è priva di quelle punte di dolore parossistico a cui ci ha abituati, gli spazi allargati del racconto gli permettono però di infilare molti bei momenti drammatici e diverse inquadrature memorabili, in cui già si presente la grandezza futura.
Nonostante sia sicuramente inferiore ai film successivi è comunque un ottimo lavoro, con delle interpretazioni convincenti (strano che le due attrici dopo abbiano fatto molto poco) e una visione del rapporto uomo-donna, della prostituzione e degli affetti già sicuramente "scandalosa".



postato da Gokachu | 05:25 | commenti (3)


luglio 24 2004
 
Visto oggi: The eye 2

Era inevitabile che i fratelli Pang dirigessero un secondo The eye, dopo il successo planetario del primo, anche se più che di un vero seguito si tratta di un film ambientato nello stesso modo fantastico, soggetto alla stessa mitologia. Il lavoro è sicuramente inferiore al precedente, e, cosa grave per un horror, fa ben poca paura; ha tuttavia i suoi motivi di interesse che giustificano la visione. Prima di tutto la protagonista è Shu Qi, sulla cui sovrannaturale bellezza non intendo spendere molte parole; se avete visto Millennium mambo sapete di che parlo. Peccato che non ci sia nessuna concessione al fan service, nemmeno dove sarebbe giustificato dalla trama. In secondo luogo i fratelli sino-tailandesi con la macchina da presa ci sanno fare magistralmente, e confezionano anche qui alcune sequenze davvero belle sul piano visivo (su tutte, come nel primo film, quella dell'ascensore). Infine le aggiunte che vengono fatte in questa pellicola alla mitologia esposta nel primo sono suggestive; dove là si veniva a sapere qualcosa del mistero della morte, qui si scopre qualcos'altro sul mistero della nascita. Un film dimenticabile ma tutto sommato molto piacevole.





postato da Gokachu | 03:09 | commenti (1)


luglio 22 2004
 
Visto ieri: Save the green planet!

Se si dovesse dire in un unica parola che cosa contraddistingue la cinematografia coreana dalle altre, direi il mescolamento. Non c'è commedia coreana che non abbia un elemento tragico, non c'è film drammatico in cui non si rida, i generi vengono miscelati senza pudore e con risultati inaspettati. Questa caratteristica, pur essendo quasi sempre presente, compare ovviamente in modo più o meno evidente a seconda del film. Ecco, se dovessi indicare in quale film c'è il mescolamento più sorprendente, citerei questo Save the green planet!, dove commedia demenziale, horror, thriller, melodramma, fantascienza di serie b, freak burtoniani e felliniani, sadismo e soprattutto tragedia si fondono in una sceneggiatura estremamente complessa, piena di riferimenti cinefili, girata magistralmente e recitata splendidamente. Un film che lascia a bocca aperta fino all'ultima inquadratura e che sorprende anche per il coraggio del produttore che di fronte a questo materiale incandescente e ad alto rischio commerciale (il film poi non è andato particolarmente bene al botteghino) non si è tirato indietro. Non sarà il miglior film coreano degli ultimi anni, ma se volete spiegare a qualcuno in cosa consiste questo giovane cinema, mostrategli questo.





postato da Gokachu | 16:07 | commenti


luglio 7 2004
 

Visto oggi: Samaria

Chi dopo Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera aveva temuto che Kim Ki-duk si vendesse al mercato occidentale, snaturando la propria arte e addomesticando il suo cinema, si tranquillizzi: l'ultimo film del regista coreano, recente Orso d'Argento alla Berlinale, è una pellicola che probabilmente non verrà mai distribuita nelle nostre sale. Le tematiche di partenza infatti farebbero rizzare i capelli in testa a varie organizzazioni benpensanti: nelle prime sequenze viene mostrata una vicenda di prostituzione minorile in cui non c'è sfruttamento e anzi la baby-prostituta sembra assai contenta di quel che fa. Non che la cosa si risolva in un quadretto idilliaco, anzi, essendo un film di Kim ci sarà da soffrire e tanto; tuttavia questo sguardo non omologato sulla pedofilia e la prostituzione sicuramente non piacerà ai censori. Si tratta di un ennesimo viaggio nella perdizione e nella redenzione; le due cose non sono necessariamente temporalmente distinte, come in Peai... eap, però mi sembra che sia in corso un mutamento di tiro, un cambio di indirizzo nella poetica del nostro, un passaggio dall'analisi anche politica di un paese dilaniato a quella dei singoli animi, studiati più con interesse direi spirituale e religioso che sociologico. Dopo Coast Guard, estremo punto di denuncia della follia della dimezzata società coreana, il tema diventa meno geograficamente delimitato(non che lavori come Address Unknown non siano comunque, nel loro essere fortemente localizzati, universali). Il film è sottilmente insoddisfacente, come trovo quasi tutti i lavori del nostro; in particolare a un inizio "catastrofico" davvero notevole e un finale metaforico di grande bellezza si contrappone una parte centrale di cui per qualche motivo non sono del tutto soddisfatto, che probabilmente avrebbe tratto vantaggio da una maggiore brevità o da una minore quantità di temi da proporre. Ma per quanto imperfetto (l'unico suo film che mi abbia dato l'impressione di una rotonda perfezione è il solito Bad Guy) è un film molto bello, profondo, commovente, con alcune sequenze che sembrano davvero toccare l'anima e farla dolere. Questo è il cinema che amiamo. Da non perdere.




postato da Gokachu | 05:39 | commenti (1)


giugno 2 2004
 
Visto oggi: If you were me

In questa notevole raccolta di corti c'è un tale assembramento di nomi importanti alla regia da ricordare RoGoPaG, Amore e rabbia, Capriccio all'italiana, insomma l'epoca d'oro del film ad episodi. Sei brevi storie raccontano di piccole offese ai diritti umani, cose che succedono tutti i giorni: bambini costretti ad operazioni, adolescenti discriminati perché sovrappeso, immigrati non capiti, la vergogna usata come metodo educativo. I registi Jeong Jae-eun, Park Chan-wook, Park Jin-pyo, Park Kwang-su, Yeo Kyun-dong e Yim Soonrye girano in modo molto diverso l'uno dall'altro, dall'algido rarefatto a il concreto e la macchina a mano; gli episodi sono tutti caratterizzati però da una fotografia raffinatissima, come tanto cinema coreano ci ha abituato ad aprrezzare. Quasi tutti i commentatori hanno dato la loro preferenza all'episodio di Park Chan-wook; a me invece quello che è piaicuto di più è Crossing di Yeo Kyun-dong, regista di cui mi rammarico di non aver visto altro. Ora, per avere un'ideale introduzione al cinema coreano bisogna avere un film di piena durata, dove i differenti ingredienti (in particolare il dramma e l'umorismo) abbiano modo di miscelarsi nel loro caratteristico modo; tuttavia la numerosa serie di diversi approcci al cinema che si può sperimentare con la visione di questo gioiellino lo rende candidabile a quel ruolo.

postato da Gokachu | 05:21 | commenti (3)


ottobre 13 2003
 
Fantascienza esistenzialista dalla Corea
Nabi, di Moon Seung-wook, 2001. Ambientato in un futuro distopico, con pioggie acide che battono la terra su cui si aggirano uomini dagli occhi spenti, avvelenati dal piombo, dai comportamenti violenti mentre una polizia senza volto li tiene sotto controllo con metodi brutali, e un virus che dona l'oblio, divenuto principale attrazione turistica della Corea dove agenzie di viaggio si occupano di far contrarre la malattia agli stranieri desiderosi di dimenticare. Tre protagonisti ripresi a piani stretti e strettissimi, con la camera a mano, in digitale sgranato. E' un film senza dubbio interessante ma privo di una vera anima. Il regista percorre sentieri noti ma non abusati, quelli di fare un film di fantascienza che in realtà si occupa dell'Uomo, del Destino, della Memoria, insomma di enti metafisici o esistenziali, come ha fatto Andrej Tarkovskij per dirne uno; e sicuramente la sua scommessa sul piano estetico è vinta. Tuttavia il dolore traboccante dai volti degli attori, le vicende della protagonista che vuole dimenticare e invece scopre che val la pena di ricordare, l'entità stessa, misteriosa e ambigua del virus, non raggiungono mai la superficie e rimangono delle belle strutture potenziali. Un film mancato soprattutto sul piano del coinvolgimento, non necessariamente emotivo, dello spettatore.


postato da Gokachu | 05:27 | commenti (5)


ottobre 7 2003
 
Un maialino hongkonghese
My life as McDull, di Yuen Kin-To, 2001. Recente vincitore del festival di Annecy, è un piccolo film d'animazione a tecnica mista (dalla tecnica tradizionale al 3d al rotoscopio alla tecnica dei ritagli animati dei Monthy Python alle riprese "live" al disegno fisso), che racconta la vita di un piccolo maiale senza qualità e dei suoi rapporti con la ingombrante mamma in una Hong Kong mai così asfissiante. Molto delicato e piacevole, con un tratto infantile e accattivante ma un soggetto che nella sua stratificazione e nel suo incombente pessimismo può essere goduto appieno solo da un adulto, è un film originale e interessante; per alcuni versi mi ha richiamato alla mente "My neighbours, the Yamadas" di Isaho Takahata. Per rifarsi a modelli noti, una specie di Peanuts d'Oriente dove però i bambini sono bambini e non piccoli filosofi; le amare ma non disperate considerazioni sulla vita, l'universo e tutto quanto sono lasciate alla voce fuori campo di McDull adulto.


postato da Gokachu | 05:34 | commenti (5)


settembre 23 2003
 
Un bel film tratto da un bel fumetto
Failan, di Song Hae-Seong, 2001. Qualche tempo fa ho comprato un libretto a fumetti, uno dei pochi manga che abbia mai acquistato. Era Poppoya, sorprendente drammatica storia di un vecchio capostazione. Dopo Poppoya c'era un piccolo, struggente racconto, Love Letter, dello stesso autore, Jiro Asada. Qualche anno più tardi Asada scrive una sceneggiatura per un film coreano, per l'appunto Failan, che ha la stessa storia, raccontata con ancora più forza. E' la storia di un amore mancato: Failan, giovane cinese emigrata in Corea alla ricerca della zia ma rimasta sola, per avere il permesso di rimanere sposa pro forma Kang-jae, mafioso fallito. I due non quasi non si vedono; ma per Failan, costretta poi ad una vita dura per ripagare i costi (nel fumetto viene costretta a prostituirsi, nel film la scampa per poco e deve lavorare in una lavanderia) la fotografia di suo marito Kang-jae diventa la via di fuga dalla sua vita miserabile, e riversa in lui tutto l'affetto che la sua solitudine produce. Kag-jae di tutto ciò si accorgerà solo dopo la morte di lei... Un film davvero toccante, che parla senza prosopopea, sommessamente, con delicatezza, della vita e del senso, e che non può lasciare indifferenti. La sceneggiatura è il punto di forza del film, ma è sostenuta da una regia pulita ed efficace, e soprattutto dall'interpretazione dei due protagonisti, davvero perfetti. L'immagine della locandina è un evento impossibile, che nel film non viene neanche sognato.


postato da Gokachu | 05:41 | commenti (2)


settembre 8 2003
 
Address Unknown, di Kim Ki-duk, 2001. Un sottobosco di vite disperate alligna attorno alla base militare Eagles in Corea; una giungla di rapporti fatti di sopraffazione e violenza. Un film duro come Kim Ki-duk sa fare, con la novità di alcune puntate verso una surreale, nerissima e stralunata comicità. Corale, senza un centro narrativo forte ma varie storie che si intersecano e vanno verso un comune risultato distruttivo, meno bello e meno astratto dei due film che ho già visto (L'isola, Bad Guy) di questo regista ma altrettanto necessario, contiene, per quanto solo in nuce, la volontà di rappresentare la Corea contemporanea stretta tra meschinità, disperazione e interessi muti dell'Occidente. Gli americani ci fanno la figura di gente ben intenzionata, un po' pasticciona, superficiale nei rapporti con i nativi e assetata di gratitudine.
postato da Gokachu | 14:03 | commenti (2)