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ottobre 13 2003
Fantascienza esistenzialista dalla CoreaNabi, di Moon Seung-wook, 2001. Ambientato in un futuro distopico, con pioggie acide che battono la terra su cui si aggirano uomini dagli occhi spenti, avvelenati dal piombo, dai comportamenti violenti mentre una polizia senza volto li tiene sotto controllo con metodi brutali, e un virus che dona l'oblio, divenuto principale attrazione turistica della Corea dove agenzie di viaggio si occupano di far contrarre la malattia agli stranieri desiderosi di dimenticare. Tre protagonisti ripresi a piani stretti e strettissimi, con la camera a mano, in digitale sgranato. E' un film senza dubbio interessante ma privo di una vera anima. Il regista percorre sentieri noti ma non abusati, quelli di fare un film di fantascienza che in realtà si occupa dell'Uomo, del Destino, della Memoria, insomma di enti metafisici o esistenziali, come ha fatto Andrej Tarkovskij per dirne uno; e sicuramente la sua scommessa sul piano estetico è vinta. Tuttavia il dolore traboccante dai volti degli attori, le vicende della protagonista che vuole dimenticare e invece scopre che val la pena di ricordare, l'entità stessa, misteriosa e ambigua del virus, non raggiungono mai la superficie e rimangono delle belle strutture potenziali. Un film mancato soprattutto sul piano del coinvolgimento, non necessariamente emotivo, dello spettatore.
ottobre 7 2003
Un maialino hongkongheseMy life as McDull, di Yuen Kin-To, 2001. Recente vincitore del festival di Annecy, è un piccolo film d'animazione a tecnica mista (dalla tecnica tradizionale al 3d al rotoscopio alla tecnica dei ritagli animati dei Monthy Python alle riprese "live" al disegno fisso), che racconta la vita di un piccolo maiale senza qualità e dei suoi rapporti con la ingombrante mamma in una Hong Kong mai così asfissiante. Molto delicato e piacevole, con un tratto infantile e accattivante ma un soggetto che nella sua stratificazione e nel suo incombente pessimismo può essere goduto appieno solo da un adulto, è un film originale e interessante; per alcuni versi mi ha richiamato alla mente "My neighbours, the Yamadas" di Isaho Takahata. Per rifarsi a modelli noti, una specie di Peanuts d'Oriente dove però i bambini sono bambini e non piccoli filosofi; le amare ma non disperate considerazioni sulla vita, l'universo e tutto quanto sono lasciate alla voce fuori campo di McDull adulto.
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